Il linguaggio dell’arte e lo straniero che è in noi. La bellezza possibile tra luci e ombre

08.05.2026

di ADRIANA FALANGA e GIOVANNI QUADRIO

Pubblicato su I quaderni di PsicoArt Vol. 4, 2014, Chiaroscuri della Bellezza. Sguardi sul processo artistico e terapeutico. A cura di Roberto Boccalon, Rosaria Mignone e Cristina Principale, Editi da PsicoArt - Rivista on line di arte e psicologia Università di Bologna Dipartimento delle Arti Visive 


1 - L'inizio del viaggio 

Un immigrato è qualcuno che non ha perso niente,

perché lì dove viveva non ha aveva niente. 

La sua unica motivazione è sopravvivere un po' meglio di prima (1).


Questo lavoro trae origine da riflessioni raccolte durante tanti anni di lavoro arte-terapeutico, con bambini e adolescenti immigrati e autoctoni. Tale esperienza ci permette di affermare che l'arte crea ponti superando la barriera linguistica, culturale, valoriale e ogni forma di pregiudizio. 

Avere come obiettivo l'intercultura permette di operare il passaggio da un pensiero unico e rigido a un pensiero plurale disponibile al decentramento cognitivo e affettivo. Spesso disinformazione e scarsa consapevolezza sono fattori che fanno crescere il razzismo, basta coniugare "conoscenza e solidarietà", creare occasioni di scambio, di confronto, di esposizione alla pluralità e all'incontro con la diversità, per abbattere ogni forma di pregiudizio. 

Non avere una conoscenza diretta dell'altro presuppone già un rischio pregiudiziale, nella misura in cui lo spazio di non-relazione può essere riempito di stereotipi, che esasperano ulteriormente la paura e il rifiuto. L'arte permette di toccare le corde culturali ed emozionali, i sentimenti, gli affetti legati alle appartenenze, dando loro valore e dignità. 

Durante l'attività arte-terapeutica si creano networks sociali di conoscenza e relazione che diventano terreno di negoziazione e di confronto di universi di significato. All'interno di un laboratorio arteterapeutico si promuove l'emersione delle specificità culturali dei partecipanti con l'obiettivo di creare un pensiero comune che valorizzi le differenze. Il linguaggio dell'arte ci permette di entrare in relazione con lo straniero che è in noi e fuori da noi, di creare uno spazio mentale e sociale dove dare nuovi significati a sé e alle proprie relazioni, diventando uno strumento di integrazione tra culture, codici di significazione, modelli, tradizioni, storie diverse. Attraverso l'arte in tutte le sue sfaccettature, la storia può rendersi visibile, condivisa, raccontata, è così che si possono ricucire le nostre identità. Attraverso l'arte-terapia si può iniziare un viaggio inteso come percorso di conoscenza di sé, di riaffermazione del proprio esistere che si sviluppa attraverso la relazione con altri sé, nell'interazione con altri soggetti e mondi possibili, in momenti di gruppo. 

Diviene possibile costruire il "terzo pianeta", uno spazio dinamico dove incontrare l'altro, entrare in contatto con le sue risorse e problematiche e dove si possono ricercare ed elaborare contenuti e significati nuovi "condivisi". 

Nella penombra si incontrano l'estraneo e il familiare per intrecciare una danza che abbraccia le differenze. "Cercare insieme una strada percorribile" è l'obiettivo che ogni arte-terapeuta impegnato in un percorso di lavoro con immigrati deve cercare di realizzare, un'etica del viandante che non si appella all'evidenza superficiale ma all'esperienza e al fare insieme.


2 - Un'istantanea del fenomeno immigrazione tra "false ombre" e "luci possibili" 

Il fenomeno dell'immigrazione in Italia è diventato ormai una realtà visibile e riconoscibile a tutti, cittadini, forze sociali e politiche. Nel dibattito pubblico, ahimè, si continua a trasmettere un'immagine negativa dei migranti, basta sfogliare un quotidiano o guardare un programma televisivo per rendersene conto: "barcone avvistato in mare"; "tunisino investe"; "marocchino uccide"; "pacchetto sicurezza per fronteggiare l'afflusso sulle coste degli immigrati non regolari". 

"Immigrati delinquenti e italiani brava gente" sembrerebbe essere lo slogan attuale. Ma i dati statistici, come messo in evidenza nel Dossier della Caritas (2009),(2) disconfermano questo falso cliché. Il numero di immigrati arrivati via mare è di poche decine di migliaia, l'alto indice di natalità incide positivamente sull'andamento demografico, il 10% della forza lavoro dipendente è costituito da stranieri, senza dimenticare il crescente impatto anche sull'imprenditoria. 

Le ombre, i lati scuri del fenomeno immigrazione, riguardano invece proprio noi italiani con tutti gli episodi di razzismo e intolleranza, e con l'estrema lentezza burocratica nel concedere il rinnovo del permesso di soggiorno o la cittadinanza agli immigrati che vivono ormai da anni nel nostro Paese. Spesso il razzismo, come ogni pregiudizio nasce dal bisogno di attribuire all'altro, al diverso, quote delle nostre paure e della nostra aggressività. L'altro nella relazione con il Sé facilita il processo di realizzazione della propria identità (attraverso le interazioni efficaci con l'ambiente, con il gruppo d'appartenenza), ma anche la mette in pericolo poiché costringe il Sé a specchiarsi e modificarsi di continuo. Avere come obiettivo l'intercultura permette di abbattere le "false ombre", pregiudizi sui migranti, far luce sull'arricchimento reciproco che può nascere dal confronto, operare il passaggio da un pensiero unico e rigido a un pensiero plurale disponibile al decentramento cognitivo e affettivo. Il pregiudizio spesso alberga anche in chi dovrebbe prendersi cura del problema, il dare per scontato il concetto di intercultura, il pensare di avere le soluzioni ed applicarle, senza prendere in considerazione come l'altro vive, pensa e immagina l'integrazione, di per sé rappresenta un limite dell'intervento. 


3 - Il viaggio, il danno, l'accoglienza 

Se le prime migrazioni hanno permesso la diffusione della specie nei continenti e hanno costituito un potente motore di progresso, nel corso dei secoli, il valore di rinnovamento e scambio positivo tra differenti realtà, rappresentato da tale attività, si è lentamente perso, in quanto le politiche nazionali, tese a regolare i flussi migratori più o meno consistenti, hanno profondamente influenzato la natura delle migrazioni, condizionando le regole di entrata e di uscita dagli Stati in un sistema che, oggi, accentua il conflitto tra gli interessi dei paesi di partenza e di arrivo, e dei migranti stessi. La funzione positiva delle migrazioni nello sviluppo delle società oggi è grettamente negata. Pensare alla vita come a un cammino, a uno spostamento, come a un viaggio è qualcosa di profondamente naturale e radicato nell'uomo. Usiamo comunemente immagini e espressioni che rimandano al viaggio per descrivere momenti salienti della nostra vita, parliamo di venire al mondo o di andare all'altro mondo come sinonimi di nascere e morire, diciamo "aldilà" intendendo l'ultraterreno e così, nel gioco dei rimandi l'elenco potrebbe continuare. Lo spostamento, o viaggio, dal provenzale viatge, che a sua volta deriva dal latino, viaticum, (3) rimanda a immagini letterali e di cronaca estremamente varie, dal viaggio del poeta nel regno dei morti al viaggio alla ricerca di un tesoro perduto o al drammatico e più attuale sbarco d'immigrati disperati, comunque evoca sempre un percorso di ricerca di qualche cosa che non si ha, cercata a rischio dell'impazzimento o della propria vita, allo scopo di raggiungere un nuovo elemento capace di emancipare, riscattare dal proprio stato di povertà sia essa spirituale e/o economica. 

Nell'epoca moderna chi viaggia per profitto è accolto, chi si sposta per bisogno, per garantire a sé e alla propria famiglia la sopravvivenza, è respinto. Il risultato di questa "miope tendenza" è il fiorire di organizzazioni di trafficanti di "immigrati illegali" e il consequenziale aumento di sbarchi e drammatici naufragi di persone che tentano di raggiungere una terra percepita come in grado di rispondere al proprio desiderio di cambiamento. 

Il "danno" psicologico può essere originato da molti eventi traumatici (abuso, lutto, malattia, violenza verbale, fisica, sessuale); l'esperienza di migrazione espone l'individuo al confronto con eventi dolorosi determinando la perdita delle sicurezze personali. 

I minori che sopravvivono al "viaggio" difficilmente sono in grado di integrare nella propria psiche tale esperienza. Un evento che implichi un sentimento d'impotenza e vulnerabilità, ad esempio il contatto con la morte o con l'aggressore, rischia di non essere integrabile all'interno dell'esperienza identitaria del soggetto, diventando un possibile agente traumatico. In generale il trauma psicologico corrisponde all'assenza di significato e di significabilità dell'evento configurandosi come incoerente, fuori dall'esperienza di vita normale dell'individuo. Il trauma psicologico, sia per Freud sia per Janet, è un evento che, per le sue caratteristiche, risulta "non integrabile" nel sistema psichico pregresso della persona, e quindi rimane dissociata dal resto della sua esperienza psichica, causando malessere psicologico e l'individuo diventa emotivamente svuotato, preoccupato, distante o freddo. 

Alla luce di tutto ciò è chiaro che per rispondere ad una domanda di accoglienza di un gruppo portatore di questi contenuti, diviene necessario creare un sistema articolato di ascolto ed elaborazione che preveda al suo interno una struttura di contenimento e risignificazione degli eventi traumatici. 


4 - Arte come strumento d'integrazione con minori non accompagnati 

In Italia gli immigrati minorenni sono tutti per legge regolari. 

O meglio, se pur irregolari (perché entrati in violazione delle norme sugli ingressi), inespellibili e dunque con diritto al permesso di soggiorno. Le riflessioni qui riportate scaturiscono da un laboratorio arte-terapeutico, ancora in atto, svolto all'interno di una casa famiglia per minori (tra i dodici e i diciotto anni) stranieri non accompagnati (4) , giunti sul territorio della Regione Sicilia attraverso sbarchi clandestini (Lampedusa o Pozzallo). Il laboratorio è inserito nel progetto educativo elaborato, per legge, per ogni minore non accompagnato, e condiviso con ciascun ragazzo e le autorità coinvolte nella presa in carico. Nella storia di ciascun ospite, come nella storia degli eroi letterari, si rintracciano elementi narrativi costanti: il lungo e traumatico viaggio, la separazione dolorosa dai legami significativi, il desiderio di realizzare un progetto di vita diverso che possa consentire all'eroe di riscattare sé e i suoi familiari da una situazione di deprivazione. Accogliere un immigrato significa pensare al suo viaggio non solo in senso fisico, in un contesto spazio temporale, ma anche in senso metaforico come espressione di ricerca interiore e desiderio. Il fare artistico, inteso come linguaggio, facilita la relazione con lo straniero e permette la costruzione di un nuovo spazio di incontro reale e simbolico. La lingua comune, l'arte, può dare nuovi significati alle relazioni inter- ed intra-personali, diventando uno strumento di integrazione dell'identità culturale e personale per tutti i partecipanti ai laboratori. I codici di significazione, modelli, tradizioni, storie diverse si incontrano talvolta in modo violento ma in una spazio di condivisione accogliente. Il conduttore, straniero tra gli stranieri, ma adulto, ha il difficile compito di orientare il percorso arte-terapeutico. Il viaggio sulla forte barca dell'arte sarà pieno di momenti avventurosi, belli, pericolosi, drammatici, eccitanti, ma governabili, permetterà comunque di entrare in relazione, forse di scoprire qualcosa di nuovo sul proprio conto. Attraverso il linguaggio artistico è possibile rendere visibile, condivisibile e quindi raccontabile la storia di ogni partecipante, in questo modo il viaggio può trasformarsi in esperienza. L'arte crea nuove mappe capaci di superare barriere linguistiche, culturali, valoriali e ogni forma di pregiudizio. Il laboratorio proposto si è articolato in tre fasi: 

  • Pulizia e organizzazione dello spazio. Il laboratorio (ampia stanza dotata di tutto quello che occorre ad un laboratorio di produzione artigianale di ceramica) viene ripensato in base alle esigenze di questo gruppo di sconosciuti: i banchi da lavoro sono allineati e distanti l'uno dall'altro, i materiali ben riposti. Tutto questo per rispettare uno spazio espressivo personale e al contempo poterlo condividere con il gruppo. 
  • Manipolazione e formatura al tornio. Questa fase pone l'individuo di fronte al problema della regola dettata dal materiale. La creta ha le sue specifiche caratteristiche e le difficoltà che essa pone si scontrano con le aspettative grandiose dei ragazzi. 
  • Smaltatura e decorazione. I limiti imposti dalla realtà concreta della tecnica di lavorazione della ceramica e non dalle norme culturali, ci sono alleati e diventano "luoghi da conoscere" e capire. 

Per fare questo percorso è necessario avere molta fiducia nel conduttore e nelle sue capacità tecnico-artistiche oltre che umane. Provare e verificare la tenuta dell'arte-terapeuta, attraverso atteggiamenti più o meno palesemente aggressivi: furti, assenze e ostilità, diventano, durante queste fasi, nuovo materiale di lavoro. La domanda che sembra emergere dai ragazzi è: "Mi tieni?". 

La tecnica ceramica permette di percorrere tutti quei passaggi che normalmente caratterizzano l'incontro con l'altro.

La materia incontrata si pone davanti a noi come informe, ma ha delle caratteristiche proprie ed imprescindibili, non ascoltarle significa fallire l'incontro; la creta è lo straniero, dobbiamo accoglierlo e rispettarlo, non possiamo sottoporlo al nostro capriccio, dobbiamo riconoscerne le caratteristiche intrinseche. In questo senso il processo creativo, al di là del contenuto e del risultato finale, è già terapeutico in sé. Il conduttore di un gruppo di questo tipo deve essere competente da un punto di vista tecnico-artistico, in quanto la tecnica e la competenza sono fondamentali per poter essere riconosciuti come affidabili da un gruppo di adolescenti e deve utilizzare una vera e propria capacità di accudimento materna, rivolta però alla cura dei prodotti artistici creati, "cuccioli simbolici", e non direttamente agli utenti. È fondamentale prendersi cura del processo creativo e fare in modo che i prodotti artistici finali vengano protetti da possibili violenze.

5 - Arte come strumento di integrazione tra immigrati di seconda generazione autoctoni della città di Palermo

[…] Siamo fatti della stessa materia, dello stesso sale e della stessa acqua di cui è fatto questo mare stanco, sul quale navigano i nostri sogni, le nostre paure, le nostre guerre e le nostre mercanzie, le nostre parole e la nostra memoria […]. Senza uomini liberi e senza barche non esisterebbe la letteratura.(5) 

Palermo, in modo particolare, è un crogiolo di lingue, colori, profumi, costumi: a scuola, nelle vie, per strada, dappertutto si mescolano e si incontrano ragazzi nati o cresciuti a Palermo ma provenienti da culture molto distanti tra di loro, con codici culturali diversi. La convivenza tra giovani di diversa etnia non sempre è cosa scontata, chi opera nel privato sociale e "lavora" con giovani di quartiere, sa che l'integrazione non è stata del tutto raggiunta. 

Il laboratorio di arte-terapia realizzato nel centro storico della città di Palermo, all'interno del progetto FEI(6) La città oltre lo sguardo, ha rappresentato un tentativo di favorire l'integrazione tra giovani palermitani stranieri e autoctoni. Tale luogo è diventato uno spazio fondamentale per l'integrazione sociale, dove i ragazzi hanno avuto la possibilità di confrontarsi con la nuova realtà in cui sono immersi e di cui sono loro stessi gli attori. Il laboratorio ha permesso di riflettere sulla diversità anziché difendersi dentro il proprio sistema di valori e conoscenze, combattere il pregiudizio facendolo uscire allo scoperto, per poi riconoscerlo e lavorarci sopra, in gruppo, costruendo guadi tra le culture. 

Il progetto sopramenzionato ha evidenziato l'importanza di affrontare la tematica della seconda generazione di immigrati, in termini di trasformazione e sfida per la coesione sociale. La seconda generazione è costituita da coloro che hanno vissuto e vivono la prima e fondamentale parte del processo di crescita ed apprendimento a cavallo di due mondi, quello della famiglia e quello della società ospitante, che si distinguono per valori, norme, tradizioni e pratiche di vita, religione, lingua. Crescere tra due culture, come avviene per i figli di immigrati nel nostro paese, costituisce un'eccellente opportunità: è la preziosa occasione di impadronirsi di una doppia ricchezza, quella di due mondi che possono rendersi fertili a vicenda.

Tuttavia, perché questa opportunità possa venire colta appieno, è necessario che i minori di origine straniera trovino le condizioni per superare alcune difficoltà che possono incontrare sul loro cammino. Alcuni di questi ostacoli dipendono dalla situazione sociale e migratoria in cui essi si trovano, altri da specifiche dinamiche legate proprio al crescere tra due culture. "Esistenza in bilico tra due culture, due tradizioni di valori, due religioni".(7) 

Durante il laboratorio si è evidenziata chiaramente la differenza tra l'intervento terapeutico con minori non accompagnati e quello con ragazzi immigrati di seconda generazione. Per i minori non accompagnati, come già detto, l'emigrazione è un'esperienza caratterizzata da una serie di eventi particolarmente traumatici. Emblematico può essere il caso di A., un ragazzo bengalese da poco tempo arrivato in Italia, che nei primi disegni fatti durante il laboratorio ha espresso la lacerazione identitaria, la precarietà della sua esistenza e l'essere sospeso tra due mondi (i disegni divisi a metà e lo scotch utilizzato per appendere i lavori al muro danno l'idea di tanti "strappi" o "rattoppi"). Un intervento frettoloso di fare intercultura, che non tenga conto dei tempi personali dell'utenza, invece di aiutare e favorire il processo di integrazione e ricucire i pezzi d'esperienza dei partecipanti, può produrre un effetto di fuga. A., in seguito ad un intervento di questo tipo, ha abbandonato il laboratorio, probabilmente non era pronto ancora per integrare i pezzi, le esperienze vissute, per trovare le parole (che ancora non conosceva), per esprimere il suo dolore e la sua vita, e per condividerle con gli altri. 

Si è tentato infatti di far incontrare giovani di quartieri diversi della città di Palermo, nello specifico del centro storico abitato dalla maggioranza degli immigrati residenti nella città e l'estrema periferia (il quartiere Borgo Nuovo) dove è raro incontrare per strada migranti. L'abbandono del laboratorio da parte di A., ha permesso di riflettere sui pregiudizi e sulle idee precostituite circa il concetto di integrazione e ha consentito di capire che bisogna spostare l'angolo di osservazione partendo proprio dai ragazzi e dalle immagini, e dai significati attribuiti al concetto di integrazione. Con i ragazzi di seconda generazione, invece, grazie anche all'assenza di difficoltà linguistiche, si è potuto lavorare sull'integrazione tra culture differenti e quartieri differenti.  

Insieme ai ragazzi si è guardato, attraverso l'arte, e rappresentato lo straniero che è in noi. È bastato un semplice foglio bianco (3 metri di lunghezza e 1,20 metri di altezza) e la parola-stimolo "integrazione", per dar vita ad un percorso di co-costruzione del processo di integrazione. Questo cartellone ha accompagnato tutta l'esperienza di laboratorio (i ragazzi hanno lavorato su questo supporto, con lentezza, intervenendo più volte sul lavoro).

I ritmi lenti hanno caratterizzato tutto l'andamento del laboratorio. Da una fase iniziale di lavoro, dove i ragazzi stentavano a partecipare, osservando dall'esterno senza entrare nella stanza, ad una fase avanzata in cui, grazie alla presenza costante dei conduttori, hanno preso parte all'attività. Se in principio ogni partecipante ha mantenuto isolato il proprio spazio all'interno del cartellone comune, successivamente sono arrivati i primi sorrisi, i primi sguardi e la distanza fisica è diminuita, in concomitanza con l'uso del colore sul cartellone. Un setting stabile, accogliente, stimolante e ricettivo ha permesso ai partecipanti di essere visti, e di rappresentare e dare un nome al mondo interno e ad integrare le loro identità. L'integrazione, un processo in continuo divenire, grazie all'arteterapia, si è costruita attraverso il "fare comune", attraverso prove e tentativi di trovare la giusta distanza e l'equilibrio tra le parti.

Come sottolinea Denner: "le funzioni di contenimento e di sostegno […] non possono prescindere da un lavoro basato […] sul fare insieme ai pazienti qualcosa di concreto e condiviso". (8)  Attraverso un lavoro di gruppo che ha permesso ai ragazzi di relazionarsi, conoscersi, di vedere gli altri e di essere visti, si è costruita l'agorà comune. Il terapeuta ha avuto il ruolo di tessuto connettivo, ha permesso di equilibrare dal punto di vista estetico il lavoro di gruppo. Uno sguardo sempre presente, accogliente, che ha permesso all'altro di esprimersi e guardare assieme parti di sé che, man mano, emergevano nel lavoro di gruppo.  


NOTE 

(1)  J-C. Izzo, Chourmo. Il cuore di Marsiglia, E/O, Roma 2000. 

(2) Caritas/Migrantes, Immigrazione. Dossier Statistico 2009, Idos, Roma 2009. 

(3) Provvista necessaria per mettersi in viaggio. 

(4) I minori stranieri non accompagnati sono quei minori stranieri che si trovano in Italia privi di assistenza e rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti, legalmente responsabili per loro in base alle leggi vigenti nell'ordinamento italiano. 

(5) "El Paìs", in A. Perez-Reverte, Le barche si perdono a terra, Tropea, Milano 2011. 

(6) FEI sta per Fondo Europeo per l'Integrazione dei cittadini di Paesi Terzi per il periodo 2007-2013 nell'ambito del programma generale "Solidarietà e gestione dei flussi migratori". 

(7) H. Itab, La tana della iena, Sensibili alle foglie, Roma 1991. 

(8) A. Denner, L. Malavasi, Arteterapia: metodologia e ricerca, Del Cerro, Tirrenia 2005. 


BIBLIOGRAFIA 

M. Andolfi, Famiglie immigrate e psicoterapia transculturale, Franco Angeli, Milano 2004. 

M. Belfiore, Comunicazione, estetica e codice: verso un'analisi strutturale e trasformativa del prodotto artistico, in Dall'Esprimere al Comunicare, a cura di M. Belfiore, L. M. Colli, "Quaderni di Art Therapy Italiana", n. 2, Pitagora, Bologna 1998, pp. 17-42. 

A. Cecchini, E. Musci , Differenti? È indifferente, La Meridiana, Bari 2008. 

M. Della Cagnoletta, Arte terapia: La prospettiva psicodinamica, Carocci, Roma 2010. 

F. Di Maria, G. Lavanco, C. Novara, Barbaro e/o straniero, Franco Angeli, Milano 1999. 

E. Kris, Ricerche psicoanalitiche sull'arte, Einaudi, Torino 1999. 

B. Munoz, Quaderni peruviani, Gorèe, Siena 2009. 

V. Schimmenti, Identità e differenze etniche, Franco Angeli, Milano 2002. 

D. W. Winnicott, La creatività e le sue origini, in Gioco e realtà, Armando, Roma 1999.

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